presentazione

a cura della direttrice Cecilie Hollberg

Fino al Duecento, si cerca praticamente invano nell’Europa cristiana una produzione di tessuti finemente elaborati: i pochi esempi erano talmente costosi che solo i principi o la Chiesa potevano permetterseli.

I principali fornitori di stoffe pregiate furono le repubbliche marinare di Venezia, Genova e Pisa, nonché la città di Lucca, mentre le prime manifatture dei preziosi tessuti in seta si insediarono proprio a Venezia e a Lucca.

Furono i mercanti levantini a fornire le materie prime che vennero in seguito elaborate, raffinate e trasformate in manufatti pregiati per essere poi vendute a Parigi, Avignone o in altri importanti centri europei.
Nonostante plagi, imitazioni e crisi, il primato delle produzioni rimase in Italia anche oltre il Medioevo, fino al Seicento. 
Il tessuto che perlopiù riscontriamo conservato nei musei e nei tesori ecclesiastici è la seta.
Da tempi antichissimi questo filato, ricavato dal bozzolo del baco da seta, era prodotto in India, Indonesia e in Cina, raccogliendo, dipanando e filando l’ambito, finissimo filo, lungo talvolta sin quasi a mille metri per ogni baco.
Questo segreto, conservato a lungo dai cinesi, si diffuse lentamente fino a Bisanzio, il primo e per molto tempo unico centro cristiano della seta nel Mediterraneo. Probabilmente questo spiega in parte perché non si conosca una produzione di tessuti raffinati in Europa. Fino al XIII secolo l’Europa cristiana dipendeva infatti da importazioni saltuarie di costosi tessuti lavorati.
Altre stoffe decorate giunsero in Europa dal mondo musulmano in seguito alla conquista araba della Spagna, soprattutto dopo la fondazione dell’emirato di Cordoba nell’VIII secolo.
Nel secolo seguente, con l’occupazione araba, la seta raggiunse infine anche la Sicilia. Un’ulteriore spinta pervenne dalla formazione dell’impero mongolo, creatosi tra Cina e Mar Nero nel XIII-XIV secolo, patria dei “panni tartarici”.
Una notevole importanza ebbero ovviamente i coloranti tessili, che potevano raggiungere prezzi incommensurabili.
Sappiamo che già in età romana Cesare aveva limitato il diritto all’utilizzo della porpora, divenuta simbolo delle più alte magistrature, ricavata nelle zone del Mediterraneo e dell’Atlantico tramite un laborioso processo.
Più di milleduecento conchiglie (Muricidi) erano necessarie per ricavare pochi grammi di colore.
Nel Medioevo la porpora venne sostituita dal Chermes vermilio, di analogo pregio, proveniente dal Mediterraneo, dall’Asia minore e dalla Persia. Famose casate fiorentine come i della Robbia o i Rucellai dovettero il nome a diversi coloranti usati per ottenere il rosso.
Mentre l’appellativo dei della Robbia deriva dalla tintura rossa con la robbia, i Rucellai od Oricellari dovettero il loro nome alla scoperta della proprietà colorante di licheni come l’oricello, che dava un rosso violaceo diventato poi tipico dei panni fiorentini.
Oltre all’utilizzo di costose materie prime, anche il decoro e la fattura determinavano il valore del tessuto, come ad esempio i ricchi disegni, gli ornamenti fantasiosi o i fili d’oro dalla impegnativa produzione. Essenziali erano in ogni modo i filati aurei.
Essi erano ottenuti da sottili lamine metalliche, per lo più battute su supporto animale (oro membranaceo) e successivamente tagliate in sottili striscioline. Queste strisce potevano essere utilizzate piatte (cat. 24) o avvolte attorno a un’anima di lino o di seta (fig. 2).
Considerando dunque materiali, colori, distanze, investimenti, trasporti, lavorazione e mano d’opera, rischi e tempi, il costo del tessuto era giustamente esorbitante. Un piviale di seta ricamato, come leggiamo nel protocollo del notaio Michele Contadini (cat. 13), poteva per esempio costare duecentosettanta fiorini d’oro, importo paragonabile all’incirca al costo di una pezza intera (cioè 30 x 0,6 metri) di ottimo velluto tinto oppure di una bella residenza urbana o ancora a dieci volte il salario annuo di un manovale.
La città sull’Arno subì un’evoluzione notevole, che nel giro di poco più di un secolo, fino al 1300 circa, ne fece aumentare la popolazione di sette volte, fino a raggiungere il numero di circa centomila abitanti, occupando il quarto posto tra le città europee.
Il territorio della città crebbe di ventiquattro volte, determinando una svolta importante nell’attività edile e tessile.
Le corporazioni della lana e della seta, l’Arte di Calimala e l’Arte di Por Santa Maria divennero istituzioni potenti, responsabili della produzione e della qualità dei manufatti, come anche in seguito della gestione politica della città, come testimoniano ancor oggi le sussistenze architettoniche.
Segno certo del benessere era il fiorino d’oro, coniato dal 1252. La fiducia nella forte e stabile valuta fiorentina incentivò le grandi corti europee, come anche il Papato, a prendere in prestito enormi somme dai fiorentini, che a loro volta iniziavano a dominare i flussi commerciali e finanziari di mezza Europa. La qualità dei tessuti esportati e i consumi di lusso, sempre più ricercati, crebbero in proporzione all’allargarsi dei mercati, promettendo redditi sempre più elevati.
Coloranti, materie prime e costi di lavorazione influivano sicuramente sul prezzo, ma la qualità della lana e dei prodotti della città di Firenze aveva ormai raggiunto un livello talmente alto e garantito che i manufatti fiorentini riuscirono a imporsi, superando guerre, crisi finanziarie e conflitti sociali.
Mentre l’industria laniera fiorentina si era già consolidata, con qualità incontestata, agli inizi del Trecento, la seta dovette aspettare la fine del Trecento.
Consapevoli delle proprie lacune nel campo della produzione serica, i fiorentini si concentrarono allora in un primo momento sull’importazione e sul commercio della seta, acquisendo tuttavia gradualmente tecniche e competenze nella lavorazione della seta, approfittando sicuramente, inoltre, della decadenza dei principali luoghi di produzione, quali Costantinopoli e la Spagna musulmana.
I fiorentini recuperarono rapidamente il ritardo, grazie all’innata capacità di trarre il massimo profitto da qualsiasi attività intrapresa, essendo innovativi e aperti anche agli immigrati come i fuoriusciti lucchesi, che non solo offrirono la mano d’opera ma, soprattutto, anche il know how.
Incrementò la produzione di beni di lusso, sicuramente, anche la tragica Peste Nera del 1348 che imperversò nella città e falcidiò mezza Europa.
La considerevole riduzione della popolazione causò una ridistribuzione dei beni, mettendo a disposizione dei sopravvissuti ingenti capitali.
Come ci insegna Giovanni Boccaccio nel Decamerone, la consapevolezza di una morte non solo certa, ma anche vicina, innescò una gran voglia di godere, spendere e vivere negli agi.
Parallelamente alla concentrazione del capitale in poche mani, aumentarono i consumi di beni pregiati e il costo del lavoro, essendo diminuito anche il numero dei lavoratori a disposizione.
Una situazione di cui seppe approfittare anche l’Arte della seta. Fino al 1400 vennero dunque assorbiti gli esperti setaioli lucchesi immigrati.
Non solo per la qualità, ma anche per bellezza e varietà i tessuti decorati raggiunsero i livelli di vere opere d’arte.
La pianta di Firenze medievale ci aiuta a identificare la diffusione dei luoghi del tessuto nella topografia e nella toponomastica della città, tramite i nomi di vie, vicoli, piazze o corsi: dei Tintori, dei Cardatori, dei Tessitori, dei Vellutai o del Tiratoio.
I tiratoi occupavano grandi spazi dove poter stendere e tirare pezze di lana lunghe sino a trenta metri.
La produzione dei tessuti riguardava l’intera città, moltiplicando edifici, mercati, botteghe, opifici ed era accompagnata dai cattivi odori delle tintorie, dovuti all’utilizzo di sostanze come l’ammoniaca, contenuta anche nell’urina.
Tutta la città era coinvolta nella produzione, che poteva essere effettuata nelle manifatture o decentrata, a seconda del materiale o del trattamento (smistamento, torcitura, cardatura eccetera).
Vi erano artigiani con propri dipendenti e strutture come tintorie, tiratoi e gualchiere, così come c’era un gran numero di addetti operanti a domicilio con propri strumenti per la filatura, l’orditura o la tessitura.
I lavori di preparazione alla tessitura vera e propria erano eseguiti in genere dalle donne.
Le mansioni più umili erano svolte da salariati, detti i ciompi, pagati a giornata o a cottimo, spesso con retribuzioni da fame, che dettero vita nel 1378 alla rivolta che prese appunto il nome di tumulto dei Ciompi.
Le lussuose stoffe erano richieste e distribuite in tutta Europa: dall’Oriente, dall’Asia, dalla Spagna fino alla corte del Sacro romano impero a Praga, dalla Sicilia sino a Stralsund sul mar Baltico.
Parliamo ormai di un fenomeno di ampia portata internazionale.
Il tessuto offrì a Firenze la base economica per l’accumulo di un’enorme ricchezza. Ricchezza che a sua volta poté essere investita in palazzi, oggetti di lusso e opere d’arte.
Grandi pittori vennero incaricati di dipingere maestose tavole che raffiguravano i preziosi tessuti riccamente ornati.
Col declinare, alla fine del Duecento, della cosiddetta “maniera greca” (cat. 14), assistiamo a una rivoluzione pittorica che rende i corpi più voluminosi, oggi diremmo tridimensionali, e meno astratti, mentre il linguaggio si aggiorna anche nella raffigurazione degli ornamenti tessili. La rappresentazione del tessuto in ogni suo dettaglio e colore è eseguita in maniera talmente precisa da permettere di percepirne, oltre al disegno o alla struttura, anche la materialità.
Spesso il manto indossato dalla Madonna o da Cristo al centro dei dipinti sembrava una pezza di stoffa ritagliata e incollata sulle tavole di legno.
L’artista voleva attirare l’attenzione dell’osservatore sulla preziosa veste di seta.
Nell’Incoronazione di Bernardo Daddi (fig. 3; vedi anche fig. 3, p. 102) vediamo che il pattern del tessuto del manto non segue le pieghe, differenziandosi dalla qualità pittorica della rappresentazione delle altre figure, avvolte in morbidi tessuti. Pur essendo dunque l’artista perfettamente in grado di dipingere tessuti e panneggi, volle rappresentare altro e puntare piuttosto a dettagli diversi: qualità, decorazione, colori, un materiale costoso, delicato e fino, lavorato e tessuto con ricchi ornamenti di piante o animali per simboleggiare maestà e ricchezza.
Quindi la pittura seguiva il tessuto e il pittore s’impegnava per imitarne le caratteristiche, come c’insegna Cennino Cennini. Questo tipo di rappresentazione si trovava in genere abbinato alla Vergine, a Cristo o talvolta a qualche santo, mentre solo in rarissimi casi persone profane comparivano nei dipinti vestite con tessuti elaborati.
Eppure i ricchi patrizi li portavano! Le leggi suntuarie di Firenze costringevano i proprietari di stoffe pregiate e vesti sfarzose a recarsi dal magistrato addetto a marchiare i manufatti lussuosi.
Grazie a questo fatto ci sono tramandate nella Prammatica delle vesti (cat. 50) dettagliate descrizioni di materiali, colori, ornamenti e decorazioni vistose, invitandoci in un mondo pieno di splendore, sfarzo e lusso.
Le leggi suntuarie dovettero regolarmente essere riviste e attualizzate soprattutto perché non rispettate e trasgredite dai cittadini, i quali anzi, grazie all’ingegno di abili artigiani, escogitavano con fantasia sfrenata sempre più modi di aggirare i divieti e accrescere lo sfoggio. Vietate le stoffe costose, vennero create vesti con grandi spacchi laterali che svelavano sottovesti ancora più preziose di seta, ornate con oro o pellicce di vaio.
È proprio nel Trecento, dunque, che inizia a svilupparsi un nuovo fenomeno legato al lusso: nasce la moda! Nei vestiti diritti e semplici in lana vengono inseriti gheroni triangolari, come quelli del vestitino conservato grazie al ghiaccio della Groenlandia (cat. 5).
Una volta nata dall’arte del tessuto, la moda sviluppa un mondo d’invenzioni che influenzano movimenti e mobilità, con scarpe dalle punte lunghissime e corpetti così attillati che bisognava trovare nuove soluzioni per indossarli.
È questo il mondo della moda che fino ai nostri tempi, proprio in questa città di Firenze, con le grandi fiere del settore, continua a ricordarci le sue tradizioni.
La storia del tessuto e della moda a Firenze continua fino ai nostri giorni.
Gli edifici di questa grande città ci ricordano da cosa deriva la ricchezza di Firenze.
Ed è nell’ottica di questa continuità che la storia narrata nella mostra Tessuto e ricchezza a Firenze nel Trecento. Lana, seta e pittura non poteva aver sede in altro luogo.
L’impostazione del catalogo, così come il percorso espositivo della mostra, è cronologica e poggia sugli sviluppi e sulle provenienze dei vari prodotti serici.
Inizia con le Geometrie mediterranee che riportano i moduli del mondo musulmano, seguite dal Lusso dall’Asia mongola con i piccoli motivi vegetali e gli animali dei cosiddetti “panni tartarici”.
Le Creature alate degli ornamenti tessili sono fortemente influenzate dal fenghuang cinese, un uccello mitologico simile alla fenice della tradizione mediterranea (fig. 1).
L’antico mito egizio della fenice che rinasce dalle sue ceneri, passato dalla Grecia al mondo latino e medievale, si incontra con le rappresentazioni sulle stoffe e sulle porcellane orientali dell’animale cinese, imitate dagli artisti italiani.
Le Invenzioni pittoriche evocano con fantasia i disegni delle sete pregiate che vediamo trasformate in costose vesti seriche lavorate da tessitori altamente qualificati.
La sezione intitolata al Lusso proibito prende spunto dalla Prammatica delle vesti, concepita a Firenze tra il 1343 e il 1345. Infine, i Velluti di seta chiudono la mostra e offrono un’anticipazione degli sviluppi seguenti.
Lo sfarzo e la moda che hanno inizio nel Trecento si diffondono ampiamente dal Quattrocento in poi. Ringrazio coloro che hanno aiutato a realizzare mostra e catalogo: in primis il comitato scientifico e gli autori del catalogo, esperti internazionali nel campo dell’arte, della moda, della storia economica, del restauro come della storia del tessuto.

Ringrazio i tanti generosi prestatori, il Museo del Tessuto di Prato e il comitato scientifico della Galleria dell’Accademia che ci ha dato utili consigli.
Ringrazio l’Opificio delle Pietre Dure che usualmente ci sostiene nelle questioni di propria competenza; per l’allestimento, l’architetto Piero Guicciardini e per la pubblicazione del catalogo la casa editrice Giunti.
Sono lieta del fatto che siamo riusciti a effettuare significativi restauri su tessuti e dipinti di grande importanza a livello europeo. Infine, ringrazio l’esiguo team della Galleria dell’Accademia di Firenze, che mi ha permesso di realizzare questo progetto che fortemente volevo attuare. Un ringraziamento speciale a Francesca Ciaravino, che ha tenuto insieme con impegno e professionalità il tutto.
È una mostra scientifica da lungo attesa, che partendo dalle collezioni della Galleria dell’Accademia di Firenze riunisce tessuto e pittura del Trecento, forse il periodo più difficile per trattare di questi temi e in una combinazione inedita, ma sicuramente l’epoca più importante per il loro sviluppo.